Quant’è strano arrivare nella piazza, guardarsi attorno, alzare la testa a salutare le terrazze, i gazebo, le palme, sapendo che da domani non potrò più. Niente sampietrini sconnessi, niente vetrine di negozi ancora chiusi, niente piccolo antiquario con le ceramiche che mi piacciono tanto. Niente pranzetti alla buona, qui e là, scegliendo ogni giorno un posto diverso. Niente fiume, niente pietre barocche, niente gabbiani che scendono audaci a un metro da terra, niente cipressi ed edera sui muri romani, niente marmi bianchi che risuonano sotto i tacchi. Il futuro è un foglio vuoto che si riempirà di storie un po’ più ordinarie, un po’ più banali, un po’ più grigie. Domani parto per la nuova destinazione, piccolo universo concentrazionario dove abbondano solo spazio e luce. Niente è garantito, nemmeno le pulizie. Tra poco dei nerboruti giovanotti verranno a imballare le mie cose e domani questa scrivania prenderà il volo e io con lei. Bisogna accogliere il cambiamento, si dice, ma da quasi cinque anni questo posto era un po’ casa, una casa che qui non ci sarà più.
